Un liberista senza complessi

Se il buon funzionario è quello che veste composto l’armatura di flanella grigia cucitagli addosso dall’istituzione, Salvatore Rossi non è un buon funzionario. E proprio per questo, ci permettiamo di dire, potrà essere un ottimo direttore generale della Banca d’Italia. Rossi, fino a ieri mattina vicedirettore generale e già responsabile dell’Ufficio studi di Palazzo Koch, diventa ora direttore generale succedendo al civil servant perfetto: Fabrizio Saccomanni, diventato nel frattempo ministro dell’Economia, uomo di esemplare grigiore pubblico illuminato da lampi di privatissima ironia. Il barese Rossi è un intellettuale colto e brillante, oltre che scrittore prolifico.
4 AGO 20
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Se il buon funzionario è quello che veste composto l’armatura di flanella grigia cucitagli addosso dall’istituzione, Salvatore Rossi non è un buon funzionario. E proprio per questo, ci permettiamo di dire, potrà essere un ottimo direttore generale della Banca d’Italia. Rossi, fino a ieri mattina vicedirettore generale e già responsabile dell’Ufficio studi di Palazzo Koch, diventa ora direttore generale succedendo al civil servant perfetto: Fabrizio Saccomanni, diventato nel frattempo ministro dell’Economia, uomo di esemplare grigiore pubblico illuminato da lampi di privatissima ironia.
Il barese Rossi è un intellettuale colto e brillante, oltre che scrittore prolifico. I suoi saggi più recenti, “La regina e il cavallo. Quattro mosse contro il declino” (Laterza, 2006) e “Controtempo. L’Italia nella crisi mondiale” (Laterza, 2009), sono lavori laicamente liberisti e felicemente eclettici rispetto alla pubblicistica economica dominante. Si tratta di tentativi di divulgazione colta, scritti con stile lineare e suggestivo assieme, pensati per consegnare al lettore una diagnosi ponderata dei problemi piuttosto che per occupare il vasto mercato dei “ricettari” politici.
Diagnosi ponderata, ma non necessariamente compiacente: non ha certo parole tenere, Rossi, né per il sindacato involuto in partito, né per la rugginosa macchina della giustizia che impaurisce intelligenze e capitali stranieri, allontanandoli dall’Italia. Attento al grande tema delle diseguaglianze, nondimeno egli è fra quanti sono convinti che “di fronte al progredire nel mondo della liberalizzazione e della privatizzazione delle parti pubbliche dell’economia noi abbiamo indugiato neghittosi, per la ostinata resistenza di chi temeva di perdere potere economico ed elettorale”. Matematico di formazione, negli anni recenti ha riflettuto sulle radici istituzionali della crisi ma non s’è mai accodato al tiro al piattello alla finanza innovativa. Liberista non scolastico, con una certa diagnosi liberale dei problemi dell’Italia Rossi ha trovato di recente una certa sintonia. Al punto di descrivere l’Italia repubblicana, alla recente presentazione di un libro, come l’esempio “di un quarantennale laboratorio di fallimenti dello stato”.